L’EMDR

L’ Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), “è un approccio complesso, ma ben strutturato che può essere integrato nei programmi terapeutici, qualunque sia l’orientamento teorico di colui che lo applica” (Isabel Fernandez , 2001). La validità dell’ EMDR è sempre più scientificamente comprovata da numerosi studi scientifici, che ne descrivono  i correlati neurobiologici e neurochimici. Attualmente, le attuali linee guide dell’International Society for Traumatic Stress Studies, così come anche il United Kingdom Department of Health (2001), stabiliscono che è uno dei metodi evidence-based per la terapia del Disturbo post-traumatico da stress (PTSD), e quindi del trauma. La sua efficacia è riconosciuta anche per il trattamento di numerose psicopatologie associate al trauma, tra cui i disturbi d’ansia, la depressione e gli attacchi di panico (Fernandez I., et al., 2011). L’EMDR è usato fondamentalmente per accedere, neutralizzare e  portare ad una risoluzione adattiva i ricordi di esperienze traumatiche che stanno alla base di disturbi psicologici attuali.

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La desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari, avviene ad un livello neurofisiologico. Nel 1987 Francine Shapiro scoprì casualmente che i movimenti oculari volontari riducevano l’intensità dei pensieri negativi disturbanti: “Notai che quando i pensieri disturbanti tornavano alla mente, i miei occhi cominciavano spontaneamente a muoversi avanti e  indietro in una linea diagonale. Di nuovo i pensieri scomparvero, e quando li riportai alla  mente la loro carica negativa si era notevolmente ridotta”. La stimolazione bilaterale, attraverso i movimenti oculari, o altre forme di stimolazione alternata, sembra essere un catalizzatore che produce una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali, facilitando nuove associazioni e rapide elaborazioni, e cambiamenti che accelerano il processo di guarigione del ricordo traumatico. Uno dei presupposti di base dell ’ EMDR è che l’attivazione dell’elaborazione del ricordo del trauma si muoverà, in modo naturale verso l’informazione adattiva necessaria per la sua risoluzione (Shapiro, 2000). In ogni individuo, esiste un meccanismo di “digestione” dei traumi: il sistema adattativo di elaborazione dell’informazione (AIP).  In condizioni normali, il sistema di elaborazione organizza le informazioni verso una “risoluzione adattiva”, creando collegamenti adeguati con esperienze passate, risolvendo i problemi, riducendo lo stress emotivo, utilizzando costruttivamente l’esperienza e contribuendo a generare nuovi apprendimenti (Shapiro F., 2000). Ma quando si fa esperienza di eventi dolorosi, questo naturale sistema di elaborazione delle informazioni può essere compromesso, disattivandosi. Quando avviene un evento “traumatico” , viene disturbato l’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione, e il ricordo dell’esperienza traumatica non si integra con il sistema innato che, invece, spinge verso l’auto-guarigione. Dunque, la patologia è vista come ricordi non elaborati completamente, immagazzinati in modo disfunzionale.

Dopo il lavoro con l’ EMDR, il fatto accaduto diventa un ricordo accessibile e gestibile, privo delle connotazioni sintomatiche e disturbanti che lo caratterizzavano: “dopo l’EMDR il paziente ricorda ancora l’evento, ma sente che tutto ciò veramente fa parte del passato e il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adulta” (Fernandez I., Maslovaric G., Veniero Galvagni M., 2011).

Per avere maggiori informazioni visita il sito dell’ Associazione EMDR. 

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